GLI STRUMENTI DI PROTEZIONE 

DI FACEBOOK SONO INEFFICACI


Il perché ci sono volute due settimane per rimuovere
​il video ​
del suicidio in diretta.

La trasmissione in streaming del suicidio di una dodicenne, ha letteralmente sconvolto l’intero web, ma quello che ha suscitato più sdegno è che il video è stato rimosso solamente dopo quasi due settimane.
La terribile vicenda è avvenuta il 30 dicembre negli Stati Uniti, dove Katelyn Nicole Davis si è ripresa in diretta mentre preparava ed eseguiva l’estremo gesto, avvenuto così davanti agli occhi del mondo intero.
Per girare il video si è servita di un’applicazione per smartphone, Live.Me, che trasmette in tempo reale i video girati dai suoi utenti, in modo analogo a quanto fa Facebook Live.
Dopo la sua morte, la famiglia ha rimosso il video da Live.Me, ma in poche ore si erano già diffuse diverse riproduzioni del filmato su altri siti, diventando virale nei più famosi social tra cui Facebook e Youtube.
La cosa più sconvolgente però è che le autorità si sono trovate a non poter fare nulla, non avendone gli strumenti, se non limitarsi a esortare gli utilizzatori delle piattaforme a non aprire il video e a non condividerlo nel tentativo di arginare l’ulteriore diffusione.
Il video è quindi rimasto disponibile e liberamente circolante fino a quando sono stati i siti stessi a decidere di rimuoverlo.
Per quanto riguarda YouTube il filmato è stato cancellato dopo ben 12 giorni, su Facebook invece è rimasto visibile e condivisibile per quasi due settimane, prima che si iniziasse a rimuoverlo dalle varie pagine e profili privati che ne avevano aiutato la divulgazione.
È quindi solo dopo la sua visione da parte di migliaia di utenti che il social network di Zuckerberg ha stabilito che violasse suoi standard (che non consentono la promozione di autolesionismo e il suicidio ) e quindi che fosse il caso di eliminarlo.
L’accaduto ha inevitabilmente suscitato numerose polemiche poiché i colossi del web si sono mossi indiscutibilmente in ritardo per bloccare i contenuti, consentendo la diffusione virale di immagini così forti e scioccanti.
Tale perplessità è giustificata dal fatto che i social sono ormai utilizzati quotidianamente anche da ragazzi molto giovani che potrebbero venire influenzati ed essere indotti a gesti estremi per emulazione. Si tratta cioè di una variante di quello che viene chiamato “Effetto Werther”, cioè l’induzione a compiere atti di imitazione tra coloro già particolarmente sensibili che ascoltano o leggono le parole lasciate da altre persone sofferenti.
La domanda cui ci si dovrebbe dare una risposta è quindi: perché così tanto tempo prima di attivarsi? Probabilmente la risposta è da rinvenirsi nel modus operandi di piattaforme di così vaste dimensioni, che devono necessariamente provvedere ai propri controlli in modo automatizzato e non sempre in grado di valutare correttamente immagini o video, che possono rivelarsi inadeguate per il pubblico, se non addirittura dannose.
Tutto ciò può essere occasione di riflessione sulle insidie per l’utente celate dietro a inefficienti politiche protettive delle grosse aziende che da un lato dettano rigide norme nel tentativo di creare un ambiente sicuro, ma dall’altro non sono in grado di effettuare un efficiente controllo sul loro rispetto.